Canone RAI: a quando l’abolizione di questo ingiusto, assurdo e anacronistico balzello?

Purtroppo, con buona pace dei tanti che da anni auspicano l’abolizione di una delle tasse più ingiuste e illiberali a tutt’oggi presenti nel nostro paese, è giunto il momento di pagare il canone RAI. Non perderemo tempo a ricordare i tanti motivi che rendono assurda l’esistenza di questo anacronistico balzello, vero e proprio residuato bellico (fu istituito tramite il regio decreto-legge del 21 febbraio 1938, n. 246) di un’epoca senza telecomando, smartphone e PC. Né spiegheremo perché il suo mantenimento, con buona pace di chi lo difende pubblicamente per manifesto interesse personale – primo tra tutti Bruno Vespa, il quale celebra ciclicamente vere e proprie messe mediatiche sull’argomento – è palesemente anti-democratico, violando il principio della libertà di scelta e determinando un ovvio regime di concorrenza sleale, ulteriormente accentuato dal fatto che alla RAI è consentito anche – caso tra gli unici in Europa – trasmettere spot pubblicitari senza una regolamentazione ferrea.

Si tratta, sfortunatamente, di argomenti tanto ovvi quanto inutili, poiché evidentemente contrari alla volontà di una classe politica che ha tutto l’interesse – oggi come cinquant’anni fa – a tenere sotto controllo le reti televisive cosiddette “pubbliche” per evidenti fini propagandistici e di gestione del consenso. Una finalità che si sposa perfettamente con una RAI ricca e piena di dirigenti strapagati, ovvero esattamente ciò che ci tocca sopportare da decenni. Una realtà che è oggi resa ancora più evidente dalla recentissima pubblicazione (25 luglio 2016), sul sito web ufficiale dell’azienda meno pubblica che ci sia, della sezione trasparenza: quest’ultima, secondo quanto previsto dal Piano per la Trasparenza e la Comunicazione, si propone l’ambizioso obiettivo di trasformare gli uffici di Viale Mazzini in una casa di vetro: una risoluzione, come è ovvio aspettarsi, meramente di facciata, in quanto prevede la pubblicazione di un numero estremamente limitato di CV e di stipendi: soltanto i dirigenti che percepiscono una retribuzione annua pari o superiore a 200.000 euro. Un astuto espediente che tiene al riparo diverse centinaia di impiegati, funzionari e dirigenti, tra cui un gran numero di parenti, amici e altri accomandati noti da tempo (vedi sotto), i quali ricoprono notoriamente incarichi altrettanto remunerativi: ci riferiamo ovviamente a quel variegato sottobosco di vice-direttori, assistenti, consulenti, responsabili, quadri e capi reparto, per non contare i moltissimi che – analogamente al vergognoso caso di Carmen La Sorella, sia pur con cifre inferiori – percepiscono lauti stipendi per non svolgere alcun impiego.

I falsi miti

E’ invece cosa buona e giusta ricordare – e smontare opportunamente – i numerosi falsi miti che accompagnano sovente le dichiarazioni di chi, pro domo sua (come nel caso del sopracitato Vespa) o per stolida solidarietà nei confronti della propria squadra politica del cuore, cerca di indorare la pillola del canone o addirittura si lancia in una sua più che improbabile difesa.

  • Il canone per la TV pubblica si paga in tutta Europa. FALSO. Al di là dei moltissimi casi virtuosi in cui il canone è stato abolito (Paesi Bassi, Ungheria, Bulgaria, Spagna, Belgio fiammingo, Lussemburgo, Lituania, Lettonia, Polonia, Estonia, Bielorussia, Ucraina, Moldavia, Russia e Turchia), nella quasi totalità dei restanti paesi europei (Inghilterra, Francia, Germania, Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia) non è prevista la possibilità di trasmettere pubblicità ovvero quest’ultima è regolamentata in modo ferreo: ad esempio, in Germania i due canali pubblici (Ard e Zdf) possono trasmettere spot pubblicitari soltanto in una specifica fascia oraria dei giorni lavorativi (tra le 17 e le 20); in Francia gli spot sono ammessi solo durante gli intervalli naturali dei programmi. Il caso della RAI, che adotta un sistema misto (canone + pubblicità) senza regolamentazioni diverse da quanto previsto per le emittenti private, è assolutamente peculiare e non ha precedenti nel resto d’Europa. Stupisce che la quasi totalità di chi oppone una simile argomentazione dimentichi di citare anche questo particolare. Anzi, a ben vedere non sorprende affatto, considerando le evidenti motivazioni strumentali che spingono buona parte di questi cavalieri crociati. Per questi motivi, a chiunque provasse a riempirsi la bocca con simili discorsi sarà opportuno rispondere con la seguente affermazione: cominciamo a prendere dall’Europa le norme volte a impedire o a regolamentare gli spazi pubblicitari, poi vedremo se e come pagare il canone: prima le regole, poi le tasse
  • Il canone, così come la pubblicità, è necessario per rendere la RAI competitiva. FALSO. Esistono tre modelli di televisione: TV Commerciale, Pay-TV e Servizio Pubblico, ciascuno con proprie peculiarità nella programmazione e nelle logiche industriali. La TV commerciale (es. Mediaset) è gratuita per lo spettatore in quanto interamente finanziata dalla pubblicità, e punta esclusivamente alla massimizzazione degli ascolti, obiettivo funzionale per aumentare i ricavi pubblicitari in quanto provoca l’aumento degli inserzionisti e/o la possibilità di praticare tariffe più alte: di conseguenza, la sua programmazione tende a prediligere la domanda d’intrattenimento dei telespettatori. La Pay-TV (es. SKY) punta tutto sulle cosiddette esclusive, ovvero grandi eventi e/o produzioni proprie (o acquistate da terzi con contratto di esclusiva): manifestazioni sportive, serie TV, anteprime cinematografiche e via dicendo. Di conseguenza, la sua programmazione tende ad essere il risultato dei colpi di mercato che l’ufficio commerciale riesce a effettuare e/o delle scelte del management in termini di produzioni proprie. Il Servizio Pubblico, in quanto sovvenzionato mediante il canone e quindi sostanzialmente privo degli aspetti aleatori legati al cosiddetto rischio di impresa, dovrebbe dedicare la propria programmazione al rispetto di due valori: il pluralismo dell’informazione e la valorizzazione della cultura nazionale in tutte le sue sfaccettature, rivolgendo le proprie trasmissioni alla generalità del pubblico su scala nazionale a prescindere da qualsivoglia logica commerciale e/o di marketing. Per dirla in altri termini, potremmo affermare che è proprio nella sua capacità di riuscire a distinguersi dai due modelli precedenti che il Servizio Pubblico trova la sua ragion d’essere: nel momento stesso in cui non ci riesce, lamentando una situazione qualitativa – e quindi anche di stipendi – non adeguata o non competitiva rispetto a quanto proposto dalla concorrenza, cessa di essere legittimato come tale e dovrebbe quindi essere smantellato e ricostruito dalle fondamenta. In virtù delle suddette motivazioni, a chiunque ardisca a opporre una simile assurda argomentazione è opportuno rispondere con la seguente domanda: a che titolo il pagamento del canone dovrebbe essere imposto alla totalità dei cittadini che possiedono una TV, indipendentemente dalla fruizione di quei canali, se lo scopo di tale balzello non è fornire un servizio pubblico bensì inseguire i profitti propri degli imprenditori a capo delle TV commerciali e delle Pay-TV? 
  • Il canone è necessario per mantenere la RAI uno strumento di informazione pluralista e indipendente. FALSO. A prescindere dal fatto che l’adozione del cosiddetto “sistema misto” (canone + pubblicità) è il modo migliore per perdere la propria indipendenza, gli uffici di Viale Mazzini non sono mai riusciti ad essere tali. Dal 1954, anno della sua costituzione, la RAI è stata per oltre vent’anni un evidente strumento di propaganda dei governi della Democrazia Cristiana. Nella riforma del 1975 questo predominio è stato modificato – invitando alla grande abbuffata anche altri partiti – con l’adozione della cosiddetta zebratura, la quale prevedeva la spartizione delle reti in quote prefissate: nello specifico Rai 1 fu “assegnata” alla Democrazia Cristiana, Rai 2 al Partito Socialista Italiano e Rai 3 al Partito Comunista Italiano. Il paradosso è che oggi la situazione è addirittura peggiorata, al punto che c’è persino chi (come Carlo Rienzi, direttore del Codacons) arriva a rimpiangere i bei tempi andati, quando la RAI era ancora felicemente lottizzata e quindi – limitatamente ai partiti che potevano sedere al banchetto – a suo modo pluralista. Una provocazione, quella di Rienzi, che poggia su solide basi, visto e considerato che negli ultimi anni si sta affermando una pratica ancora più indecente: la nomina diretta dei vertici da parte del governo, ovvero del partito di maggioranza. Di fronte a un simile abuso, ai temerari che ancora si ostinano a giocare la carta dell’informazione indipendente è opportuno controbattere in questo modo: recuperate il terzo episodio del film Gli Onorevoli, capolavoro satirico di Bruno Corbucci del 1963, e cercate le differenze rispetto alla situazione attuale: qualcosa mi dice che non riuscirete a trovarne molte.
  • Il pagamento del canone è dovuto a prescindere dal fatto che si vedano o meno i canali RAI, in quanto è un imposta sul mero possesso del televisore. VERO, ma questo non fa che evidenziare la componente altamente anacronistica della legge del 1938 (art.10 R.D.L. 21/02/1938 n. 246) a tutt’oggi in vigore, dando forza a chi vuole abolirla o quantomeno riscriverla in modo sensato: è infatti del tutto evidente che il “mero possesso del televisore” è un discrimine che al giorno d’oggi ha perso la totalità della sua efficacia originaria, in quanto – a differenza del 1938 – esistono moltissime alternative che giustificano il possesso e l’utilizzo dell’apparecchio, le quali non hanno nulla a che spartire con il servizio pubblico: TV private, Pay-TV, ma anche il collegamento a console di gaming, PC, tablet e innumerevoli altre funzionalità che non potevano essere previste oltre 70 anni fa e che impongono un aggiornamento della legge, che ovviamente non viene effettuato per le bieche e meschine finalità politiche di cui sopra. Per questo tutt’altro che nobile motivo – e non certo per altre cause – ci tocca assistere impotenti alla supina applicazione di una legge assurda che tribunali e Corte di Cassazione hanno a tutt’oggi l’obbligo di far rispettare: un caso su tutti, il famoso ricorso – respinto – di un utente che aveva richiesto l’oscuramento dei canali RAI pur mantenendo il televisore (ordinanza n. 1922, del 2.02.2016), in quanto la richiesta di oscuramento dei canali Rai non estingue l’obbligo di pagamento del canone radiotelevisivo. Non solo: questa anacronistica argomentazione del “mero possesso del televisore”, lungi dall’essere vista come tale, viene spesso impugnata dal sedicente “esperto in giurisprudenza” di turno – ovvero nei vari dibattiti televisivi come quelli organizzati dal sopracitato Bruno Vespa – per dare un’interpretazione a dir poco creativa dell’intento originario del legislatore, la quale suona più o meno in questo modo: l’imposta è così pensata perché il servizio pubblico, in quanto bene di tutti, dovrebbe essere pagato da tutti. FALSO. Il semplice fatto che il legislatore abbia vincolato il pagamento del canone al possesso del televisore indica la chiara ed inequivocabile intenzione di obbligare al pagamento soltanto l’utenza intenzionata ad usufruire del servizio pubblico, il quale – nel 1938 –  era del resto l’unica motivazione che potesse realisticamente giustificare il possesso di un apparecchio radiotelevisivo. Ci troviamo così di fronte al paradosso che nel 1938, nonostante l’assenza di mezzi tecnologici, il legislatore era riuscito a trovare un modo efficace per distinguere i fruitori del servizio pubblico dal resto della popolazione, obbligando al pagamento del canone soltanto i primi: nell’anno 2016, nonostante le possibilità pressoché infinite offerte dalla tecnologia attuale, siamo riusciti a tenere in vigore una legge che di fatto non è più in grado di distinguere chi vede la RAI da chi gioca con la PlayStation, a tutto vantaggio – guarda caso – delle tasche sempre più gonfie di Viale Mazzini e dei suoi dirigenti. A chiunque vi rovini la giornata con simili argomentazioni consigliamo di rispondere nel seguente modo: la legge di cui parli aveva senso nel 1938, oggi è non soltanto inadeguata ma anche altamente discriminatoria: in quanto cittadini di un paese civile abbiamo il dovere di modificarla, nel rispetto del principio di libertà individuale proprio di chi acquista un televisore con finalità diverse da quelle previste nel 1938.

L’incostituzionalità del canone nella bolletta elettrica

Alle pompose e roboanti dichiarazioni descritte poc’anzi fanno eco in questi giorni alcune recenti argomentazioni da parte di chi, per superficialità o interesse personale, saluta con entusiasmo l’introduzione del canone in bolletta vedendolo come uno strumento efficace per combattere l’evasione. Queste persone dimenticano che, secondo il sopracitato regio decreto legge del 21 febbraio 1938, l’imposta dovrebbe applicarsi soltanto a chi possiede un apparecchio adibito alla ricezione di radioaudizioni televisive nel territorio italiano. L’applicazione del balzello all’interno della bolletta – pur prevedendo la possibilità da parte dell’utente di dimostrare, peraltro a sue spese e con pesanti quanto ingiustificabili vincoli temporali – è una manovra illegittima e incostituzionale. Sono di questo avviso la maggior parte delle associazioni a difesa dei consumatori come l’ADUC, il Codacons – che ha anche presentato un ricorso al TAR a riguardo – AltroConsumo e molti altri operatori di settore: ovviamente, la voce di queste organizzazioni non conta nulla di fronte alla necessità di far quadrare i bilanci del colosso di Viale Mazzini.

La pagliacciata della Trasparenza

Per restare in tema d’attualità, è il caso di ricordare il vero motivo dietro alla recente e già menzionata pubblicazione della sezione trasparenza sul sito ufficiale RAI. Non si tratta, come molti credono, di una concessione spontanea da parte dell’azienda, né di un obbligo subordinato alla nuova legge sul canone: al contrario, siamo di fronte a un pasticciato tentativo di ottemperare, in modo ovviamente incompleto, a un obbligo di legge che l’azienda di Viale Mazzini “evade” ormai da molti anni, compiendo un reato non dissimile da quello compiuto da chi decide di non pagare il canone. Del resto, se evadere le tasse è certamente un crimine, la mancata attuazione di quanto previsto dal decreto sulla trasparenza della Pubblica Amministrazione non è certo da meno: eppure, stranamente, non mi risulta che né Bruno Vespa né altri tromboni stipendiati dal popolo abbiano mai evidenziato questo aspetto, preferendo di gran lunga indirizzare le loro invettive verso chi cerca di sottrarsi al gettito tributario, il quale viene ovviamente percepito come dovuto al di là di qualsiasi obbligo non rispettato dal suo esattore.

Finalmente, il 25 luglio 2016, qualcosa si muove: sul sito ufficiale RAI compare una voce trasparenza, mediante la quale è possibile visualizzare i CV e gli stipendi dei dirigenti e collaboratori che hanno percepito, nell’annualità 2015 o 2016, una retribuzione pari o superiore a 200.000 euro. Si tratta forse dell’attuazione puntuale di quanto previsto dalla legge? Assolutamente no. La RAI è tenuta a pubblicare sul proprio sito web i nomi e relativi importi percepiti da tutti i consulenti e professionisti esterni, a prescindere dall’ammontare della retribuzione: per legge, la mancata pubblicazione degli estremi dei contratti di consulenza comporta l’illegittimità dei relativi pagamenti: “Nessun atto comportante spesa ai sensi dei precedenti periodi può ricevere attuazione, se non sia stato previamente reso noto, con l’indicazione nominativa dei destinatari e dell’ammontare del compenso, attraverso la pubblicazione sul sito web dell’amministrazione o del soggetto interessato, nonché comunicato al Governo e al Parlamento” (art. 3, comma 44 della legge 244/2007). Sempre secondo la legge, in caso di violazione, la RAI e gli stessi consulenti sono tenuti al rimborso, a titolo di danno erariale, di un importo pari a dieci volte l’ammontare della somma illegittimamente erogata. Un tentativo di far luce su questa faccenda è stato fatto dall’ADUC, che ha inviato un esposto-denuncia alla Procura della Corte dei Conti seguito da una (ennesima) interrogazione parlamentare: richieste che non hanno avuto purtroppo alcun seguito, a fronte delle scappatoie messe in piedi dalla RAI per non ottemperare ai suoi obblighi di legge.

Le Scappatoie

Ironicamente, i tentativi della RAI di evitare gli obblighi imposti dal decreto trasparenza della Pubblica Amministrazione ricordano molto da vicino le manovre compiute da quei cittadini che, evidentemente disgustati dallo stato in cui versa il servizio pubblico, cercano di trovare il modo di non pagare il canone pur senza rinunciare al possesso dell’apparecchio televisivo. Ad esempio, chi di noi non ha un amico che ha pensato bene di intestare la propria televisione ai genitori, ai fratelli o ai vicini di casa? Si tratta del più comune tra i fenomeni di evasione, uno dei motivi principali che hanno spinto il nostro Presidente del Consiglio verso la geniale idea di mettere il canone in bolletta. Al tempo stesso, la RAI dimostra di aver fatto tesoro di questo espediente, riuscendo ad “evadere” l’obbligo di legge di pubblicare i compensi dei propri collaboratori assumendoli non direttamente, bensì tramite società controllate. Niente male! A quando una legge per impedire questa evidente farsa?

Facciamo un altro esempio: ricordate il caso – descritto nel paragrafo precedente – del cittadino che aveva chiesto l’oscuramento dei canali RAI, sperando invano che tale richiesta lo avrebbe sollevato dall’obbligo di pagamento del canone? Questa storia ricorda molto da vicino l’espediente con cui la RAI è riuscita ad aggirare il tetto previsto dalla legge per la Pubblica amministrazione, il quale prevede una retribuzione massima di 240 mila euro per qualsiasi carica. Il 18 giugno del 2015 il Cda di Viale Mazzini, su proposta dell’allora direttore generale Luigi Gubitosi, sancisce l’applicazione del tetto per tutti i dipendenti e i dirigenti. Il 20 giugno del 2015, ovvero soltanto due giorni dopo, l’agenzia Reuters comunica il collocamento da parte della Rai di un bond da 350 milioni di euro: si attiva così la “falla” contenuta nella legge sugli stipendi pubblici, la quale garantisce piena libertà a qualsiasi società pubblica nel momento in cui emette un bond sui mercati quotati. Morale della favola, in soli due giorni il tetto scompare, aprendo la strada a retribuzioni faraoniche come i famosi 650 mila euro annui previsti per Campo Dall’Orto e molte altre regalie che ormai (purtroppo) conosciamo. In questo caso, più che di scappatoia, sarebbe opportuno parlare di truffa legalizzata, sulla falsariga di quelle che popolano le sceneggiature di quart’ordine che spesso gli autori strapagati di viale Mazzini ci propinano in prima serata: purtroppo è tutto vero, a volte la realtà supera persino le ridicole trovate delle fiction made in RAI.

Elenco dei raccomandati RAI

Concludo l’articolo con un aggiornamento, ahimè per nulla esaustivo, dei raccomandati che ricoprono – o hanno ricoperto in tempi recenti – incarichi significativi all’interno della RAI: inutile ricordare che i lauti stipendi di queste persone vengono pagati dal contribuente mediante il versamento obbligatorio del canone di cui sopra, aggiungendo in tal modo al danno anche la beffa. Ci auguriamo che, come più volte promesso da qualsiasi classe politica avvicendatasi in Parlamento negli ultimi anni, si riesca prima o poi a fare pulizia di questa lista di vergogne nazionali.

Figli di politici, lobbisti, uomini d’affari e altri potenti

  • Tinni Andreatta, responsabile fiction di Raiuno, figlia di Beniamino, ex-ministro DC.
  • Natalia Augias, Gr, figlia del giornalista e scrittore Corrado.
  • Gianfranco Agus, inviato a “La vita in diretta”, nipote dell’attore Gianni.
  • Roberto Averardi, Gr, figlio di Giuseppe, ex-deputato PSDI.
  • Francesca Barzini, Tg3, figlia dello scrittore e giornalista Luigi junior.
  • Bianca Berlinguer, conduttrice del Tg3, figlia di Enrico, ex-segretario del PCI.
  • Barbara Boncompagni, autrice, figlia di Gianni.
  • Claudio Cappon, direttore generale, figlio di Giorgio, potente ex-direttore generale dell’Imi.
  • Antonio De Martino, Gr, figlio dell’ex ministro socialista Francesco.
  • Fabrizio Del Noce, Tg1, direttore Raiuno, figlio del filosofo Augusto.
  • Antonio Di Bella, direttore Tg3, figlio di Franco, ex-direttore del “Corriere della Sera”.
  • Claudio Donat-Cattin, capostruttura Raiuno, figlio dell’ex-ministro democristiano Carlo.
  • Jessica Japino, programmista regista di tutte le edizioni di “Carramba”, figlia di Sergio, compagno di Raffaella Carrà.
  • Giancarlo Leone, Direttore di Rai 1, figlio dell’ex-presidente della Repubblica Giovanni.
  • Marina Letta, contrattista a tempo determinato, figlia di Gianni, già sottosegretario alla Presidenza a Palazzo Chigi.
  • Pietro Mancini, Gr, figlio del socialista Giacomo.
  • Maurizio Martinelli ,Tg2, figlio del giornalista Roberto.
  • Stefania Pennacchini, Relazioni istituzionali Rai, figlia di Erminio, ex-sottosegretario DC.
  • Claudia Piga, Tg1, figlia di Franco, ex-ministro DC.
  • Francesco Pionati, notista politico del Tg1, figlio dell’ex-sindaco di Avellino, la cui assunzione, secondo quanto si narra, fu decisa durante una partita a carte di Ciriaco…
  • Alessandra Rauti, redattore del Gr, figlia di Pino, segretario del Movimento Sociale-Fiamma Tricolore.
  • Silvia Ronchey, autrice e conduttrice di programmi, figlia di Alberto, ex-ministro dell’Ulivo ed ex presidente di Rcs.
  • Paolo Ruffini, direttore Gr, nipote del cardinale e figlio di Attilio, ex-deputato e ministro DC.
  • Sara Scalia, capostruttura di Raidue, figlia della giornalista Miriam Mafai.
  • Maurizio Scelba, Tg1, figlio di Tanino, ex-portavoce del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.
  • Mariano Squillante, ex-corrispondente da Londra, ora a RaiNews 24, figlio dell’ex-giudice Renato.
  • Giovanna Tatò, Raitre, figlia di Tonino, consigliere di Enrico Berlinguer.
  • Carlotta Tedeschi, Gr, figlia di Mario, senatore MSI.
  • Daniel Toaff, capostruttura e autore della “Vita in diretta”, figlio di Elio, l’ex-rabbino capo di Roma.
  • Stefano Vicario, regista preferito di Giorgio Panariello, figlio del regista cinematografico Marco.
  • Stefano Ziantoni, Tg1, figlio di Violenzo, ex-presidente DC della Provincia di Roma.
  • Flavio Fusi, TG3, Figlio dello scomparso Torquato, senatore PCI

 

Figli di ex-dipendenti RAI

  • Rossella Alimenti, Tg1, figlia di Dante, ex vaticanista Rai.
  • Paola Bernabei, Ufficio stampa, figlia di Ettore, ex-direttore generale della Rai e proprietario della società di produzione Lux.
  • Giovanna Botteri, Tg3, figlia di Guido, ex-direttore sede Rai di Trieste.
  • Manuela De Luca, conduttrice Tg1, figlia di Willy, ex-direttore generale Rai.
  • Giampiero Di Schiena, Tg1, figlio di Luca, ex-direttore DC del Tg3.
  • Annalisa Guglielmi, sede Rai di Milano, figlia di Angelo Guglielmi, ex-direttore di Raitre.
  • Piero Marrazzo, figlio dello scomparso giornalista Giò.
  • Simonetta Martellini, Raiuno, figlia di Nando, storico radiocronista sportivo.
  • Luca Milano, prima in ufficio contratti, poi vice-direttore di Rai Fiction e ora addirittura in lizza per la nomina di direttore di Rai Ragazzi, figlio eccellente di Emmanuele, ex-direttore di Rai 1 ed ex-vicedirettore generale.
  • Barbara Modesti, Tg1, figlia dell’annunciatrice Gabriella Farinon e del regista Rai Dore.
  • Monica Petacco, Tg2, figlia di Arrigo, storico e consulente principe di programmi Rai.
  • Andrea Rispoli, Raidue, figlio del conduttore Luciano, già alla Rai.
  • Fiammetta Rossi, Tg3, figlia di Nerino, ex direttore del Gr2, ma anche moglie del potente ex-segretario dell’Usigrai, Giorgio Balzoni, oggi caporedattore al politico del Tg1.
  • Cecilia Valmarana, figlia di Paolo, uno dei padri del cinema coprodotto dalla Rai (“L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi), segue le orme del papà nella struttura di RaiCinema.
  • Paolo Zefferi, figlio di Ezio, giornalista e autore di fortunati approfondimenti, è a Rainews 24.
  • Francesca Orichuia, figlia di Carlo Orichuia (dirigente Rai)
  • Paolo Di Giannantonio, figlio di un ex onorevole della DC, tale Natalino Di Giannantonio
  • Alberto Angela, figlio di Piero.
  • Diana De Feo, giornalista TG1, figlia di una dei primi direttori generali Rai e moglie di Emilio Fede

 

Mogli e mariti

  • Anna Maria Callini, dirigente alla segreteria di Raidue, è moglie di Gianfranco Comanducci, vice direttore della Divisione Uno e uomo dei contratti Rai.
  • Anna Cammarano, vice direttore delle Teche Rai, moglie di Paolo Bracco, della famiglia degli omonimi industriali farmaceutici.
  • Roberta Carlotto, direttore Radiotre, moglie dell’ex-esponente PCI Alfredo Reichlin.
  • Sandra Cimarelli, Palinsesto Raidue, moglie di Franco Modugno, direttore dei Servizi immobiliari Rai.
  • Alda D’Eusanio, conduttrice, vedova del sociologo del PSI Gianni Statera.
  • Antonella Del Prino, collaboratrice a “La vita in diretta”, moglie del giornalista Oscar Orefice.
  • Simona Ercolani, autrice di programmi Rai, moglie del giornalista Fabrizio Rondolino, ex-portavoce di Massimo D’Alema.
  • Paola Ferrari, conduttrice, moglie di Marco De Benedetti.
  • Anna Fraschetti, vice del capo ufficio stampa Bepi Nava, è moglie di Mario Colangeli, vicedirettore Tg3, e sorella di Luciano, quirinalista Tg3.
  • Giovanna Genovese, delegata alla produzione, compagna di Sergio Silva, padre della “Piovra” ed ora produttore in proprio con contratti blindati in Rai.
  • Ginevra Giannetti, consulente Rai International, è sposata con Altero Matteoli, AN, già ministro dell’Ambiente.
  • Giuseppe Grandinetti, Gr, è marito della ex-senatrice verde Loredana De Petris.
  • Francesca Manuti, produttrice di “Sereno variabile” di Raidue, moglie di Paolo Carmignani, vicedirettore Raidue.
  • Lucia Restivo, capo struttura Raidue, è moglie di Sergio Valzania, direttore Radiodue.
  • Daniela Rosati, conduttrice, ex-compagna di Adriano Galliani, passata in Rai in coincidenza con la separazione.
  • Anna Scalfati, Tg1, conduttrice di programmi, è moglie di Giuseppe Sangiorgi, membro dell’Authority ed ex-portavoce di Ciriaco De Mita.
  • Cristina Tarantelli, Servizi Parlamentari, è la moglie di Carlo Brienza, RaiSport.
  • Luca Giurato, conduttore su Raiuno, è sposato con Daniela Vergara, anchorwoman del Tg2.
  • Linda Lanzilotta, moglie di Franco Bassanini, già Ministro
  • Anna Serafini, deputata 10 volte, moglie di Fassino

 

Fratelli e sorelle

  • Angela Buttiglione, direttore dei Servizi Parlamentari, sorella di Rocco, già segretario del CDU.
  • Nicola Cariglia, sede Rai di Firenze, fratello di Antonio, ex-segretario del PSDI.
  • Silvio Giulietti, telecineoperatore nella sede Rai di Venezia, fratello di Giuseppe, uomo Rai e Usigrai, ex-responsabile dell’informazione dei DS.
  • Max Gusberti, vice di Stefano Munafò a Raifiction, è fratello di Simona, capostruttura di Raidue.
  • Sandro Marini, Tg3, fratello di Franco, ex-segretario del PPI ed ex-Presidente del Senato.
  • Giampiero Raveggi, capostruttura di Raiuno, fratello dell’ideatore del programma “Odeon” Emilio Ravel (nome d’arte).
  • Antonio Sottile, programmista regista di “Linea Verde”, fratello di Salvo, portavoce di Gianfranco Fini.
  • Maria Zanda, capo della segreteria di Roberto Zaccaria, è sorella di Luigi, ex-responsabile dell’Agenzia del Giubileo.
  • Veronica Pivetti, attrice, sorella di Irene, già Presidente della Camera nelle file della Lega. Anch’ella appare spesso in Rai come opinionista

 

Nipoti

  • Ferdinando Andreatta, dirigente di Rai- Way, nipote di Nino, ex-parlamentare DC.
  • Guido Barendson, conduttore Tg2, è nipote di Maurizio, l’ideatore di “Novantesimo minuto”.
  • Giuseppe Saccà, nipote di Agostino, direttore di Raiuno, è nell’orchestra di Paolo Belli del programma di Raiuno “Ballando con le stelle”.
  • Adriana Giannuzzi, ufficio Diritti d’autore, cognata dell’ex-senatore ed ex-membro del Csm Ernesto Stajano e moglie del vicedirettore della Divisione Due Luigi Ferrari.
  • Alfonso Marrazzo, Tg2, cugino di Piero.
  • Marco Ravaglioli, Tg1, marito di Serena Andreotti, figlia di Giulio.
  • Tommaso Ricci, Tg2, cognato di Angela e Rocco Buttiglione.
  • Carlotta Riccio, regista, cognata di Claudio Cappon, direttore generale Rai.
  • Luigi Rocchi, dirigente area Business&development, genero di Biagio Agnes.
  • Laura Terzani, Tg3, nuora di Antonio Ghirelli.
  • Andrea Vianello direttore di Raitre, nipote del cantante Edoardo Vianello.

 

Amici, compagni e amanti

  • Bertilla Patruno Ambrosio, responsabile segreteria Raiuno, è nelle grazie di Roberto Di Russo, ex potente capo del personale.
  • Giorgia Caruso, conduttrice a Rai International, è sostenuta da Giancarlo Leone.
  • Laura Cason, Tg1, è apprezzata da Gustavo Selva, deputato di AN.
  • Teresa de Santis, capostruttura Raiuno, molto stimata da Maurizio Beretta, ex-direttore di Raiuno, passato alle Relazioni esterne Fiat.
  • Marilù Lucrezio, quella del bigliettino di Mario Landolfi denunciato da Gad Lerner, oggi al Tg1, è molto apprezzata da Massimo Magliaro, direttore di Rai International in quota AN.
  • Simonetta Martone, conduttrice e autrice, già compagna di Michele Santoro, è attualmente legata a Gregorio Paolini, l’inventore di “Target” passato da Mediaset alla Rai.
  • Francesca Montinaro, scenografa ed ex di Paolini, è stimatissima da Antonio Maccario, capostruttura di Raiuno.
  • “Sandra Steinert Jorge Santos” nuora di Agostino Saccà

 

Per il momento è tutto: buona visione e buon canone, nella spasmodica attesa che un rigurgito di civiltà riesca a togliere la cornucopia dalle grinfie di quegli immeritevoli crapuloni.

 

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